Tradizioni dei morti in Campania: 3 riti tra mito e mistero
Con la sua storia millenaria la Campania vanta una serie di storie e leggende popolari entrate nel folklore regionale.
Il grano cotto: il dolce che unisce vivi e morti
Nei paesi dell’Alta Irpinia, al confine con la Puglia, il pranzo del giorno dei morti si chiude con il grano cotto. La ricetta originale era semplicissima: grano bollito, vino cotto e chicchi di melagrana. Col tempo si sono aggiunti noci, mandorle tostate, pezzetti di frutta, cioccolato fondente e, per i bambini, i confettini colorati chiamati diavolilli.
Dietro questo dolce c’è il mito di Proserpina, rapita dal dio degli inferi e costretta a restare sei mesi l’anno nel regno dei morti per aver mangiato pochi chicchi di melagrana. Nel piatto il grano rappresenta il mondo dei vivi, legato a Cerere, dea delle messi, mentre la melagrana rappresenta quello dei morti. Mangiarli insieme significa riunire, almeno per un giorno, i due mondi.
L’Irpinia ha con questo mito un legame speciale. Nella Valle d’Ansanto, tra Rocca San Felice e Torella dei Lombardi, si trova la Mefite, un laghetto di acque sulfuree che gli antichi consideravano una porta degli inferi. Ancora oggi gli abitanti della zona vengono chiamati scherzosamente “quéri dè Carònti”, quelli di Caronte.
Ariano Irpino e la Messa dei Morti
Ad Ariano Irpino il giorno dei morti era circondato da credenze precise. Quel giorno non ci si pettinava, e non si seminavano fave né legumi, perché sarebbero nate piante infestanti. Era invece permesso seminare il grano.
La storia più famosa, però, è quella della Messa dei Morti. Si racconta che nel 1918, nella notte del 2 novembre, una donna che lavorava per un fornaio stesse facendo il giro delle case per avvisare i clienti di impastare il pane. Passando davanti all’antica Chiesa del Calvario sentì un organo e un coro di voci bellissime. Pensando a una funzione speciale per la ricorrenza, entrò e si sedette tra i fedeli. Guardandosi intorno riconobbe vecchi vicini e parenti lontani, e solo dopo qualche istante capì che erano tutti morti da anni. Una voce le fece capire che quella non era la sua messa, e lei fuggì in preda al terrore.
Il racconto si diffuse rapidamente in paese e fu tramandato per decenni. Ancora oggi è una delle leggende più conosciute della cultura contadina irpina.
Le anime pezzentelle e le capuzzelle che “sudano”
A Napoli il rapporto con i morti ha radici greche, e trova la sua espressione più sorprendente nel culto delle anime pezzentelle. Al Cimitero delle Fontanelle, nel Rione Sanità, e negli ipogei di chiese come Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali, i napoletani “adottavano” il teschio di un defunto sconosciuto: un’anima povera, che nessuno ricordava nelle preghiere.
La capuzzella veniva pulita e lucidata, poi adagiata su un fazzoletto ricamato o su un cuscino e circondata di lumini, fiori e rosari. In cambio di preghiere e attenzioni (il cosiddetto refrisco), si credeva che l’anima apparisse in sogno per raccontare la propria storia e concedere grazie: una guarigione, un matrimonio, qualche numero da giocare al lotto.
Se il teschio “sudava”, l’anima si stava dando da fare per il suo devoto. In realtà si trattava solo della condensa dovuta all’umidità della cava. E se la grazia non arrivava, si poteva sempre cambiare capuzzella e sceglierne una più generosa. Il culto divenne così diffuso che a un certo punto la Chiesa decise di vietarlo.
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